E ora? L’ultimazione del Mose è una questione che oggi tutte le istituzioni non mettono in discussione. E’ però chiaro a tutti che si tratta di un’opera di dubbia efficacia, sia nelle tempistiche, sia per il fatto che non è stata ancora materialmente provata nella sua funzione effettiva, nonostante abbia già richiesto manutenzione straordinaria. Inoltre la dubbia efficacia è ancora più dubbia considerato lo scenario planetario dei cambiamenti climatici.
La barriera potrebbe apportare un qualche contributo ma probabilmente saranno necessarie altre misure e tuttavia rimane il rischio di rivelarsi un totale buco nero di manutenzioni straordinarie e ordinarie per una macchina nata male. Ci sarebbe da chiedersi se ha senso completarla.
La cosa indubbia è che servono in ogni caso altre azioni serie e urgenti per il ripristino di un ecosistema lagunare che limiti l’insorgenza delle acque alte e per concorrere a livello internazionale al contrasto del cambiamento climatico globale.
E serve potenziare le risorse per il Centro di Previsione, come afferma Canestrelli, ex dirigente dell’ufficio, perché si possa estendere il monitoraggio all’intero Adriatico.
Inoltre è urgente rivedere il modello di previsione delle maree reso non più attendibile dalla presenza del Mose le cui dighe hanno cambiato, accelerandolo, il flusso dell’acqua in entrata, come fanno notare non solo autorevoli ingegneri idraulici e pescatori conoscitori della laguna ma anche rappresentanti delle istituzioni come il Comandante dei Vigili.
Non sappiamo cosa sia più giusto, ma una cosa la sappiamo: se c’è un momento giusto per aprire una seria riflessione sulla protezione di Venezia dalle acque alte e sulla questione Mose, quel momento comincia oggi.
Non può deciderlo solo la politica, non possono deciderlo i giudici. Dobbiamo essere guidati dalla comunità scientifica badando di affidarci ad esperti che non debbano rendere conto a categorie e soggetti privati ma che ci consiglino come si sarebbe fatto durante la Serenissima, nel bene esclusivo di noi abitanti di un ecosistema fragile e delicato.
Lo dobbiamo a tutti coloro che vivono e lavorano ai piani terra e che non possono rischiare la vita ancora. Sul futuro delle acque alte eccezionali non abbiamo certezze ma un dato storico lo abbiamo, come dice Papa, responsabile del Centro Maree del Comune: “Storicamente due picchi di acqua alta a 140 nello stesso giorno era accaduto una sola volta. Negli ultimi due anni (29 ottobre 2018 e 12 novembre 2019) si è verificato già due volte”.
E se è vero che questa questione va decisa con l’aiuto dei tecnici e non dei politici, non possiamo affidarci ai propositi del Sindaco che vorrebbe continuare a scavare i canali navigabili dalle grandi navi “per salvare la laguna” (??!). Questo infatti è proprio uno dei fattori che vanno ad intensificare il fenomeno.
Venezia è una città d’acqua e merita un porto. Ma Venezia è una città antica e fragile e merita attenzione e cura verso di lei e i suoi abitanti. Dobbiamo trovare delle soluzioni che rendano compatibili la fragilità di Venezia e l’esistenza di un porto i cui mezzi sono e saranno sempre troppo più grandi di ciò che la città può permettersi di ospitare nel suo vivo cuore residenziale e produttivo. Il pericolo fisico è troppo grande.
Gli antichi veneziani non avrebbero mai rinunciato all’economia portuale ma ancor più mai avrebbero compromesso la laguna, le nostre case e vite!
E voi cosa ne pensate, possiamo continuare così?

cosa ne pensi?

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